LETTURE. ASCOLTO CONSIGLIATO AD UN PUBBLICO ADULTO

L'ULTIMO UOMO

Con Nicolas Joos, Diego Pitruzzella, Aki Pitruzzella

Presa del suono editing e sonorizzazione Thomas Chiesa. Produzione Francesca Giorzi

Se improvvisamente San Michele Arcangelo con un post annunciasse la fine del Mondo? E se una gigantesca Amanita Muscaria spuntasse a Sud del Ticino? Non avrei neanche il tempo per farmi un ultimo selfie. Se non morissi all’istante per il fuoco, l’onda d’urto e le radiazioni generate dal fungo, vedrei il cielo sopra il monte San Salvatore diventare grigio scuro. Poi arriverebbe il buio, il freddo e la pioggia per decenni. L’inverno nucleare. Niente più vegetazione, niente più cibo. E io? Che farei? Che farei durante una guerra improvvisa o un’Apocalisse Biblica? Che farei durante una grave malattia? Cercherei di raggiungere il prima possibile i miei cari. Se mi rimanesse poco da vivere è con loro che vorrei stare. Tutti gli attaccamenti alla vita, le zavorre che mi porto dietro, svanirebbero in un istante. Non penserei più ai soldi, alle macchine, alle proprietà, alla cassa malati da pagare, non penserei neanche più alla malattia. Nel dramma estremo sarei molto più leggero. Sarei solo corpo, pensieri ed emozioni. Tutto il resto sarebbe zavorra. È cosi che sono venuto al Mondo e cosi me ne dovrò andare. Cosa direi a mio figlio prima della fine? Gli racconterei una storia? Si. Probabilmente una storia allegra o forse addirittura una barzelletta. Le storie a questo servono, a condividere le emozioni. Cercherei di dargli fiducia e coraggio pur sapendo che la morte è vicina. Lo abbraccerei e gli direi che gli voglio un Mondo di bene. Nella vita non ci resta altro che andare avanti e camminare sperando in un futuro migliore. Anche se il futuro non c’è più. Che ci facciamo qui? Che senso ha vivere? Perché ci sono le malattie e le guerre? Perché tanta sofferenza? Tanto tutti là dobbiamo arrivare. Le religioni dicono che le sofferenze sono occasioni per purificare l’anima. L’anima si cura, quando il corpo riesce a superare le difficoltà e trasformare i macigni che la vita ci scaraventa addosso, in piume. Non è assolutamente facile trovare la felicità, soprattutto di questi tempi, ma l’anima non ha fretta e soprattutto non ha una sola vita. Penso alla morte, a quando il mio corpo non avrà più un’anima. Devo cercare di liberarmi il prima possibile da tutte le zavorre, per sentirmi sereno, leggero, pronto, ora. A me non serve il post di San Michele Arcangelo.

SENZ'OCCHI

Radiodramma di Nicolas Joos prodotto da Retedue, con il sostegno della Fondazione Svizzera per la Radio e la Cultura (FSRC), Swissperform e il patrocinio dell’Ambasciata di Svizzera in Italia

Sono quasi tre anni che vendo sogni nei mercati, nelle sagre di paese, nelle processioni, nei festival ma anche nelle scuole elementari e nei licei. Vendo sogni in tutte le lingue, ai turisti, agli anziani, ai bambini. Ho creato una specie di confessionale ambulante o meglio una Macchina dei Sogni, dove chi entra, chiude gli occhi, immagina una storia e poi la racconta. Ma la deve immaginare bene la storia e mentre la racconta si deve pure emozionare, perché è solo cosi che i sogni si realizzano, credendoci.

Se chi racconta la storia lo fa nel modo giusto, allora registro la sua voce, ci metto qualche effetto sonoro e trasformo il sogno in un podcast. Ho ascoltato migliaia di sogni e i più belli sono quelli raccontati ad occhi chiusi. La vista frena l’immaginazione. E se gli occhi non li avessimo mai avuti? Come immagineremmo ora? Ho iniziato dunque a scrivere un racconto sull’esistenza di un popolo Senzocchi che viveva sotto alle Alpi svizzere in una gigantesca caverna buia: la Svizzera di Sotto.

Nella Svizzera di Sopra invece c’era il Mondo reale del 1930 con la Russia che causava in Ucraina carestie e morti, l’America che attuava il protezionismo, l’Europa che si riarmava e infine il popolo svizzero che manifestava nelle piazze mentre la sua madre patria accresceva le riserve auree. C’era troppo oro in Svizzera e la gente moriva di fame. L’oro, simbolo del potere per la Svizzera di Sopra, che valore aveva per il popolo dei Senzocchi? Nessun valore ovviamente. Non potendolo vedere era solo un semplice metallo. Nella Svizzera di Sotto infatti il potere non esisteva e l’oro veniva usato per pavimentare le strade.

E se l’occhio fosse un parassita arrivato dallo spazio impiantatosi nel sistema nervoso di tante creature? Quando chiudiamo gli occhi e immaginiamo, entriamo nell’invisibile, la dimensione magica del sogno, senza tempo ne spazio, la stessa dimensione che avvolge le nostre vite come l’universo fa con le stelle.


SOLITUDINE

Lugano è la mia città. Negli anni 90 eravamo una compagnia di 50 giovani affiatati di vent’anni che frequentava il bar Piccolo Federale in Piazza Riforma. Eravamo la Compagnia del Piccolo. Dopo le 18 la città si svuotava e per le strade del centro incontravamo solo fantasmi quindi o salivamo al Parco San Michele per vedere dall’alto le luci della città e dal basso le luci delle stelle, oppure partivamo per Milano a far serata. Tanti giovani della mia generazione sono cresciuti con la rassegnazione di abitare in una città di fantasmi.

Torno ogni tanto a Lugano, un po’ per lavoro, un po’ per nostalgia della mia terra e della mia gente. A fine ottobre del 2024, dopo 6 mesi di assenza sono tornato. Il tempo era brutto, pioveva da 5 giorni, ho chiamato la mia gente, i miei amici, nessuno voleva uscire. Sono sceso quindi da solo in città. Lugano era deserta. I locali vuoti. Ho incontrato un Pakistano che sotto la pioggia vendeva rose ai fantasmi. Uno di quelli ero io. Siamo andati a berci una birra. Mi ha raccontato con nostalgia della sua terra, della sua gente. Come Cenerentola a mezzanotte l’ho salutato. Avevo l’ultimo bus che dal centro mi portava a casa. Dopo qualche giorno ha smesso di piovere ed è arrivato Halloween, sono sceso ancora a Lugano. Per l’occasione i fantasmi erano diventati mostri e affollavano i locali con danze macabre. Da fantasma sono entrato in uno di questi locali e ho ballato, ho ballato fino a perdere l’ultimo bus che mi avrebbe portato a casa. Sono tornato a piedi e lungo la strada, per oltre un ora ho guardato le stelle, le stesse stelle che da ragazzo guardavo dal parco San Michele. Erano sempre li, allo stesso posto e brillavano come quando avevo vent’anni. Brillavano come i miei occhi emozionati. Io, la mia mia gente, la mia città e le mie stelle, eravamo sempre uguali.

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